Sotto il segno dell’App. I fattorini delle piattaforme di Milano

di Andrea Bottalico

Le strade nei dintorni di corso Buenos Aires sono disseminate di ristoranti d’ogni genere. I clienti mangiano ramen, sushi, sashimi, piatti asiatici cucinati in wok; a poca distanza, i bar eritrei con il biliardo e le luci soffuse, le hamburgerie, le piadinerie, le polpetterie, le pizzerie, le trattorie di cucina tipica pugliese, sarda, spagnola, indiana e cinese. È ancora presto per vederli attraverso le vetrine. Il termometro segna due gradi, sono passate da poco le sei di un pomeriggio nuvoloso, con la pioggia che si percepisce appena guardando la luce dai lampioni. È l’ora dell’aperitivo di un venerdì di febbraio. Nei prossimi giorni le previsioni danno neve.

Proseguendo lungo via Tadino, una strada parallela sul lato sinistro di corso Buenos Aires, si raggiunge Porta Venezia. Via Tadino sbuca in piazza Oberdan, un’apertura rialzata e rettangolare, ristrutturata da poco, nota perché in passato era attivo l’albergo diurno nei suoi sotterranei. Da un lato c’è l’ingresso della metro e la porta orientale di Milano, dal lato opposto il cinema, poi il McDonald’s e a fianco una pizzeria. Sui tavolini in legno all’esterno del McDonald’s in genere a quest’ora, accanto ai gruppi di adolescenti, trovi i fattorini seduti con lo sguardo rivolto verso lo schermo del cellulare, da soli o in compagnia, le biciclette appoggiate allo scalino e i cubi termici al loro fianco. Attendono. La piazza è diventata un punto di ritrovo per quell’area di consegne. La osservo dall’angolo di via Tadino: il viavai dalla metro è continuo, un gruppo di sudamericani beve birre, qualcuno è seduto sullo scalino, altri ballano a ritmo di una musica che esce dallo smartphone e c’è chi attraversa lo slargo avanti e indietro sugli skate. Non lontano, un uomo in terra beve da un cartone di vino. Altri fattorini sparsi nella piazzetta stazionano in attesa di ricevere gli ordini dall’Applicazione.

Più passa il tempo e più aumenta il numero dei rider, così in genere vengono definiti i facchini in bicicletta delle piattaforme. Nel contratto di lavoro autonomo a scadenza annuale che il lavoratore stipula con la controparte si legge che “il rider è un fornitore autonomo che desidera provvedere alla fornitura di servizi di consegna alla società di food delivery”, a condizione di poterlo fare “con modalità tali da garantirgli la massima flessibilità e autonomia operativa, non essendo, al contrario, disponibile ad assumersi alcun obbligo di presenza, né alcun vincolo di eterodirezione o coordinamento”. Per servizio s’intende “il prelievo da parte del rider, presso ristoranti o altri partner, di cibo preparato caldo/freddo e bevande (Ordine) proposti al rider per mezzo dell’App, e la consegna di tali ordini per mezzo di bicicletta, motoveicolo, autoveicolo o motociclo ai clienti della società di food delivery”.

In piazza ci sono quasi tutti adesso: quelli di Glovo, Deliveroo, Foodora, Uber Eats. Sono liberi di lavorare anche per altri committenti contemporaneamente, inclusi i diretti concorrenti della società per cui stanno lavorando. Sono in gruppi o solitari, in disparte come Francesco, venticinque anni, che viene ogni giorno a Milano da Magenta per fare le consegne in bicicletta con Deliveroo. Non è uno studente, lavora e basta, non si lamenta e afferma di guadagnare bene, facendomi ricordare che quindici anni fa, quando consegnavo le pizze a nero a Caserta, pensavo più o meno la stessa cosa.

Per interpretare la condizione dei fattorini impiegati dalle piattaforme di food delivery bisogna partire dalla sostanza contrattuale in vigore e dal lavoratore che ne accetta le condizioni, che talvolta si compiace del suo sfruttamento come Francesco oggi o come me allora, che guadagnavo cinquanta centesimi a pizza consegnata per un valore massimo di cinque pizze a consegna e mi pareva accettabile. Inoltre dovevo mettere con i miei soldi la benzina al motorino. Con le mance riuscivo ad arrotondare la paga e la famiglia che gestiva la pizzeria non mi trattava poi così male. A fine serata il pizzaiolo domandava: come la vuoi la pizza? E allora tutto passava, i clienti spilorci, il cottimo, la pioggia che t’inzuppava fin dentro le mutande e le raffiche di vento in faccia.

A quel tempo il capitalismo delle piattaforme non aveva ancora creato le nuove fattispecie di rapporto che osservo adesso nei pressi di Porta Venezia. Magari avranno preso spunto da quei rapporti di lavoro e dalle microeconomie informali vigenti all’epoca per poi rielaborarli in ciò che persiste qui e ora attraverso il dispositivo tecnologico. Provo a parlarne con Mamadù, sudanese, ventitré anni, seduto sulla sella della sua bicicletta a poca distanza da Francesco, ma mi guarda perplesso. Lavora per Foodora dopo aver lasciato Deliveroo per ragioni burocratiche legate al suo permesso di soggiorno. Per lui si tratta di un lavoretto che gli consente di pagarsi gli studi, dice. Non pensa troppo ai dettagli su come la piattaforma estrae valore dal suo lavoro. Quando gli chiedo come funziona risponde che più lavori e più guadagni, apostrofando il suo datore con un semplice quanto asettico “loro”. Giovanni la pensa più o meno alla stessa maniera, anche se non parla con i colleghi in piazza e resta isolato. Quarantadue anni, amante della bicicletta, lavora per Uber Eats e viene ogni giorno a Milano pedalando da Segrate, a circa dieci chilometri di distanza dalla piazzetta in cui ci troviamo. Ha lavorato in qualche magazzino della provincia come mulettista, poi è stato licenziato e ha dovuto sopperire iniziando a fare consegne. Gli auricolari nelle orecchie, porta un cappello di lana, una sciarpa marrone e due giubbini impermeabili uno sopra l’altro. A differenza degli altri fattorini non indossa una divisa ma porta con sé solo il cubo termico. Gli chiedo se è a conoscenza delle lotte dei fattorini di Torino, Bologna e Milano: le ignora del tutto. Così come Buba, ventidue anni, del Camerun, proveniente da un centro di accoglienza, che pure si ritiene soddisfatto di lavorare per Deliveroo. Sta appoggiato alla ringhiera in attesa degli ordini, guarda spesso il cellulare che tiene in mano e si esprime in francese per spiegarmi che è sempre meglio che essere disoccupati.

Volantini nella foschia

La temperatura è scesa ancora e si percepisce dal freddo che atrofizza ossa e muscoli in quest’altra serata domenicale. Sono venuto a sapere di un volantinaggio organizzato in centro dai fattorini. È ora di cena e il freddo ha dissuaso i rider dal lavorare. Mi dicono che molti si sono sloggati da quei turni viste le temperature e di conseguenza i pochi disponibili hanno dovuto lavorare in più di un’area di consegne. Appena mi avvicino a uno di loro subito mi viene chiesto se sono un lavoratore. Da piazza Castello proseguiamo dietro il Duomo avvolto nella foschia, verso la piazza dei Mercanti, dove un rider di Glovo imbacuccato aspetta di ritirare la consegna da un locale. Ne passa un altro del Marocco a cui viene dato un volantino firmato da Deliverance Milano e Deliveroo Strike Raiders, in cui si elencano le richieste, tra cui il riconoscimento della subordinazione che ammetta l’introduzione di un contratto nazionale di categoria e l’applicazione del contratto della logistica o dei trasporti; l’introduzione di un bonus in caso di pioggia o per le consegne effettuate oltre il turno di lavoro; un limite di due chilometri e mezzo dal punto di partenza al punto di consegna; la garanzia di venti ore settimanali di lavoro per tutti e almeno due consegne all’ora; il mantenimento del salario fisso orario minimo; la copertura assicurativa totale a spese dell’azienda; eccetera.

Un attivista del collettivo politico autorganizzato e indipendente dai sindacati sostiene che viviamo in una città disgregata, che cercare di organizzare i fattorini non è semplice perché bisogna combattere contro il forte turnover, la retorica del lavoretto e una composizione della forza-lavoro poco incline alla lotta, priva di quella che lui definisce “alfabetizzazione politica”. A tutto ciò si cerca di ovviare con picchetti e volantinaggi, consigli di autodifesa sindacale, uno sportello informativo e strategie comunicative di vario genere per danneggiare la controparte. In ogni caso, durante l’estate scorsa in molti parteciparono alla “non messa a disposizione”. Anche se il periodo non sembra dei migliori, a Milano un gruppo di fattorini si riunisce con costanza, confrontandosi su come espandere l’aggregazione e la lotta.

Marcello appartiene a questo zoccolo duro. Trentadue anni, cresciuto nella provincia piemontese, studente universitario, prima di iniziare con Deliveroo ha fatto il cameriere, il lavapiatti, l’aiuto-giardiniere. Figlio di un ingegnere in pensione e di una dipendente pubblica, ha scelto Deliveroo dopo aver lavorato come fattorino in una pizzeria di egiziani «perché, spiace dirlo, le condizioni con Deliveroo sono migliori, anche se sei comunque una figura astratta, come un drone che porta il cibo». Certo, lo trattavano bene i pizzaioli egiziani, il rapporto era umano, guadagnava cinque euro l’ora e anche lui mangiava una pizza diversa ogni sera. Da nove mesi è rider della maggiore multinazionale delle consegne e afferma che il lavoro gli piace, ma sono il contratto e le condizioni a non stargli bene. Anche Marcello ama andare in bicicletta, conoscere la città, entrare in contatto con la gente. Di ristoratori bravi e simpatici ce ne sono e talvolta si crea un rapporto – alcuni lo chiamano per nome. Marcello ama questo lavoro perché si tiene in forma – una forma che pure viene messa a valore –, perché in un certo senso è un lavoro poco stressante, anche se l’aria inizia a diventare irrespirabile.

Deliveroo al momento è l’unica piattaforma che paga ancora i rider all’ora oltre che a consegna, ma dal prossimo contratto la paga oraria verrà eliminata per i neoassunti – che verranno pagati solo a consegna – mentre i “senatori” potranno scegliere tra le due opzioni. Alla domanda su come è emerso in lui prima il disagio e poi la necessità di un percorso collettivo di lotta, mutualismo e autotutela, Marcello risponde partendo dal primo giorno di lavoro, quando pioveva ma era contento di passare a una situazione migliore di quella precedente, almeno all’apparenza. Con il tempo ha percepito tutti gli effetti negativi, l’illusoria libertà di poter scegliere quando e quanto lavorare, i ritmi intensi, la costante disponibilità richiesta e la paura di non poter andare a lavorare per cause di forza maggiore. Aveva anche provato con Glovo, ma le condizioni erano peggiori.

Un giorno di nove mesi fa Marcello ha compilato e inviato la sua candidatura sul sito di Deliveroo e ha ricevuto subito una risposta per organizzare un primo colloquio che di fatto era una formazione di due ore. In un altro breve colloquio gli avevano spiegato il funzionamento dell’App, dopodiché aveva effettuato una consegna di prova insieme a un rider esperto. Tre giorni dopo, Marcello era pronto per iniziare. Aveva fatto il login nell’Applicazione in piazza 25 aprile, punto di ritrovo di una delle aree di consegne stabilite da Deliveroo, definita con l’acronimo MICE (Milano Isola Centro). Marcello andava in quella piazza anche prima di iniziare il suo turno, per scambiare due parole con gli altri, finché dall’aggregazione spontanea non maturò l’idea di organizzare una festa per sensibilizzare i fattorini stessi rispetto alle loro condizioni. Dalla festa, oltre alla consapevolezza di non avere un inquadramento, nacque l’idea dello sciopero dell’estate scorsa. Il punto di ritrovo favorì la nascita di un gruppo piuttosto affiatato e giocò un ruolo nella creazione di una coscienza critica, anche tra persone non abituate a certi ragionamenti. Dopo la manifestazione dell’estate Deliveroo modificò i confini delle aree di consegne, i fattorini non erano più obbligati ad andare nei punti di ritrovo per loggarsi, ma bastava entrare all’interno delle aree. In tal modo il gruppo si disgregò, ognuno andò più o meno per la sua strada, pedalando per una piattaforma che esercitava il controllo spacciandolo per autonomia. Le pratiche messe in circolazione dal collettivo, i conflitti e le contraddizioni emerse fino a quel punto, però, non sono state cancellate.

Un’ambigua classifica

Di ritorno dal centro, all’interno del vagone della metro mi trovo di fronte a Mohamed, quarant’anni, marocchino, rider di Glovo, insieme a Kareem, un altro rider di Deliveroo che come molti suoi colleghi si muove in metro alla fine del turno per rientrare a casa. Trent’anni, di Casablanca, fattorino da tre mesi, Kareem lavora anche in una ditta di pulizie. In questa serata con la temperatura sotto zero ha pedalato per ventidue chilometri, come mi mostra dal cellulare dopo che gli ho chiesto informazioni sul meccanismo di funzionamento dell’App. Kareem ci tiene a precisare che quei ventidue chilometri non corrispondono realmente a quelli percorsi, e che in verità ha pedalato molto di più, perché quel dato non mostra la distanza che separa il fattorino dai vari ristoranti in cui bisogna recarsi di volta in volta, tra un ordine consegnato e l’altro da recuperare. La schermata dice anche che ha ricevuto tre euro di mance, quelle tassate dalla piattaforma al venti per cento, che il cliente è libero di dare al rider tramite l’App – poi ci sono quelle non tassate che i clienti danno in mano ai fattorini a loro discrezione.

Kareem torna a casa a Niguarda, periferia nord di Milano. Non c’è molto tempo per spiegazioni dettagliate su come funziona il dispositivo, su come vengono stabiliti i turni e gli orari, insomma su come avviene l’estrazione continua di surplus dalla prestazione di lavoro. Per capire a fondo il meccanismo bisognerebbe collocare tale dispositivo all’interno dei princìpi dell’accumulazione flessibile, della capacità di acquisizione e utilizzo dell’informazione in tempo reale e standardizzata attraverso l’uso di tecnologie informatiche. In una sola parola, l’algoritmo. In estrema sintesi, il cliente ordina il cibo online, dalla piattaforma di food delivery, che è l’intermediario tra cliente e ristorante partner, che magari oltre ai tavoli gestisce anche gli ordini a domicilio tramite un tablet fornito dalla stessa piattaforma. Il cliente paga online sia il cibo ordinato al ristorante partner che la consegna, mentre il ristorante partner paga una percentuale alla piattaforma per l’intermediazione fornita. L’algoritmo organizza la domanda dell’ordine e la consegna, quindi la scelta del rider, che in questo caso è pura merce fungibile e che nella migliore delle ipotesi dovrebbe trovarsi a una distanza dal ristorante tale da riuscire a raggiungerlo quando l’ordine è quasi pronto. Poi il rider porta l’ordine al cliente. Come si legge nel contratto, la multinazionale delle consegne “fornisce un servizio flessibile di prenotazione a disposizione del rider, che può indicare in anticipo la disponibilità a ricevere proposte di servizio in determinate sessioni di lavoro”. L’accesso all’App “è una mera indicazione di disponibilità e il rider può avvisare la società di food delivery in ogni momento in anticipo se non desidera partecipare a una sessione prenotata”. Quando il rider è loggato può decidere se accettare o rifiutare qualunque proposta di servizi, e se non vuole ricevere proposte in qualsiasi momento può indicare lo stato offline nell’App.

Qualora scelga di voler fornire i servizi di consegna, il rider accetta e si reca presso il ristorante partner per prelevare l’ordine che dovrà consegnare poi al cliente, portando a termine il servizio “entro un tempo ragionevole, utilizzando qualunque strada consideri sicura ed efficiente”. Nel caso di Deliveroo, al momento la paga di un rider in bicicletta è pari a 7 euro lordi per ora di lavoro (5,60 netti) più un importo variabile pari a 1,50 euro per consegna effettuata (1,30 netti).

Mentre aspetto la fermata, Kareem prova a sintetizzarmi il funzionamento dell’App, che sta cambiando in alcuni aspetti rilevanti. Da poco, infatti, è stato modificato il metodo di assegnazione dei turni, ma il punto cruciale è che nessuno sa in base a cosa la piattaforma attribuisce le ore di lavoro ai fattorini. Se l’offerta di rider disponibili in una determinata fascia oraria è maggiore rispetto alla domanda, allo stesso tempo ad alcuni rider l’App attribuisce più ore di lavoro di altri. Se un rider si prenota per sessanta ore di lavoro e gliene vengono attribuite solo venti in una settimana, da dove deriva questa scelta? L’assenza di una risposta chiara crea un meccanismo di auto-disciplinamento perverso alimentato dagli indici di valutazione dei fattorini e dal relativo ranking sotto forma di statistiche. Ed è qui che emerge la riflessione di ogni rider su ciò che può incidere negativamente sul ranking, questa fantomatica classifica tra fattorini che tiene conto di parametri ignoti. Oltre alla fungibilità del lavoro, l’altro principio su cui si basa questo dispositivo è la massima flessibilità, in un sistema in cui tutti i fattorini sono affamati di ore e al contempo sono incentivati a una corsa senza conoscerne la reale posta in gioco. I rider possono disdire quando vogliono la disponibilità a fornire il servizio, tanto ci saranno sempre altri rider che si prenoteranno al loro posto. Nel frattempo reagiscono come Kareem, Mamadù, Buba, Francesco, Giovanni, Marcello e gli altri, iniziando a non disdire mai un turno, a dare disponibilità anche se nevica, a pedalare sempre più veloce nelle aree di consegne, tra l’accettazione e la rivendicazione, in una gara dall’ambigua classifica che fonda sul controllo, l’auto-sfruttamento e la falsa autonomia l’espropriazione di valore dalla prestazione di lavoro.