I servizi di salute mentale a quaranta anni dalla legge 180

di Dario Stefano Dell'Aquila

 

«Quando vedi un uomo legato, tu slegalo subito» così diceva Franco Basaglia ai componenti del suo gruppo medico, a proposito dei sofferenti psichici legati al letto di contenzione. Era il tempo dei manicomi, civili e giudiziari, dove centinaia di migliaia di persone vivevano in condizioni di sopraffazione e deprivazione. In nessun caso il manicomio offriva una possibilità di cura, perché la sua priorità era la custodia del malato, e proteggere la società da comportamenti immorali o asociali dei matti e delle donne fastidiose e scostumate. Il letto di contenzione, così come la camicia di forza, è certo uno dei simboli più evidenti di una psichiatria che ha sperimentato sugli internati nei manicomi le più violente e stravaganti “terapie”, dall’elettroshock al coma insulinico. Eppure, come scriveva Sergio Piro, “la camicia di forza e il letto di contenzione sono la tangibile dimostrazione della violenza e sono, insieme, il simbolo più chiaro di come si possano trattare esseri umani sofferenti e sconfitti”, ma sono solo le forme più visibili “di un maltrattamento umano di massa che ha cause più complesse e ampie ed effetti molto più generali e profondi”. Ha quindi senso, ancora oggi, dopo quaranta anni dalla legge che ha avviato la chiusura dei manicomi civili (la l80/1978), valutare lo stato dei servizi di salute mentale attraverso il numero e le modalità dei trattamenti sanitari obbligatori (TSO)?

La risposta è positiva se attraverso la violenza tangibile dell’emergenza siamo in grado d’indagare le cause complesse della crisi in atto. Se esaminano i modelli organizzativi imposti da una aziendalizzazione fatta di tagli lineari, accorpamenti e riduzione dei servizi, emerge uno scenario ogni giorno più preoccupante. Un sistema in affanno, indebolito dalle politiche che, negli ultimi quindici anni, hanno ridotto le risorse senza per questo ridurre le spese, costringendo gli operatori a lavorare in condizioni sempre più proibitive.

Quando si moltiplicano gli interventi in emergenza, spesso più volte in un anno su uno stesso paziente, è evidente che qualcosa non funziona nella vita ordinaria dei servizi. La chiusura durante le ore serali e notturne, per esempio, significa che se una persona si trova in uno stato di crisi non potrà realizzarsi altro intervento che quello del 118 e del trattamento sanitario obbligatorio. Non si tratta di “demonizzare” il TSO, che è una pratica prevista dalla legge e, purtroppo, in alcuni casi inevitabile, ma di capire in che modo stia modellando l’intero funzionamento del sistema. Perché quando i servizi sono in affanno – di idee, di cultura, di risorse – contenere (fisicamente o farmacologicamente) una persona sofferente per lunghi giorni in un letto è la risposta più semplice e allo stesso tempo la più pericolosa. Non solo perché in alcuni casi gli esiti sono fatali, come nel caso di Francesco Mastrogiovanni, morto a Vallo della Lucania dopo ottantasette ore consecutive al letto di contenzione durante un TSO, ma perché si riafferma nella sua intera rudezza la logica del manicomio: la custodia in luogo della cura e il moltiplicarsi di interventi contenitivi, di reparti che somigliano a collettori della sofferenza, di strutture residenziali (pubbliche o private) che somigliano, ogni giorno di più, a piccoli manicomi.

Sono trascorsi quaranta anni dalla riforma della legge 180, sono stati lunghi e difficili, ma anche intensi ed entusiasmanti. Sarebbe però il caso di ammettere che, seppure non partiamo dall’anno zero, è necessaria ormai una radicale inversione di rotta. Un’inversione che nasca dal protagonismo dei sofferenti e degli operatori che non vogliono essere ridotti a custodi, e che sappia ricostruire una salda rete dei servizi di salute mentale. Non abbiamo alternative, se non vogliamo che “il fascino discreto del manicomio” ci seduca nuovamente, magari con forme nuove ma ugualmente portatrici di sopraffazione e violenza.