La città dei ricchi e quella dei poveri. Il divario nel voto

di Ciro Clemente De Falco, Pietro Sabatino

 

I risultati dell’ultimo ciclo elettorale (2016-2018) hanno riacceso l’interesse di media e analisti sul voto nelle periferie delle grandi città. Si sottolinea una separazione sempre più netta tra due elettorati: quello delle periferie progressivamente attratto dai messaggi delle forze anti-sistema, xenofobe, sovraniste (tra Cinque Stelle, neofascisti e Lega); quello dei quartieri centrali fortino dei partiti di governo, pro-Europa e pro-stabilità del sistema.

Prima le elezioni comunali romane e torinesi del 2016 con il successo di Appendino e Raggi negli ex quartieri operai, poi la geografia del NO nel referendum costituzionale (Sud e ancora, periferie dei grandi centri). Infine, il risultato di Lega e Movimento Cinque Stelle il 4 marzo scorso, con il Partito democratico e i suoi alleati letteralmente asserragliati nei collegi centrali di Torino, Milano, Roma.

Un ritorno, a livello micro-territoriale, del voto di classe, il cui peso è stato dato per ridimensionato a partire dalla fine degli anni Ottanta. Un ritorno in qualche modo rovesciato, perché vede sconfitti nelle periferie, nei quartieri dei lavoratori poveri e dei disoccupati, proprio gli eredi del principale partito del “movimento operaio” italiano, il Pd. Eppure, se l’analisi elettorale si allarga su tempi più lunghi, i segnali di una diversità crescente alle urne “dentro” le città sono molteplici, e più lontani nel tempo di quanto emerga nel dibattito odierno. Il caso napoletano è, in questo senso, paradigmatico.

 

La faglia tra centro e periferia

Nella città di Napoli gli anni Duemila si aprono con il turno elettorale del 2001. A livello nazionale trionfa il centrodestra berlusconiano, sul piano locale c’è l’affermazione di Rosa Russo Jervolino in continuità con le giunte di centrosinistra bassoliniane degli anni Novanta.

Durante quelle elezioni politiche la partecipazione al voto dei quartieri “bene” (le aree residenziali della collina, di Chiaia, del Centro Storico) e delle periferie più “difficili” della città (le municipalità VI-VII-VIII) è nella sostanza, identica. La diversità di tradizioni politiche, e di reddito, livelli di istruzione e di occupazione non influisce più di tanto sull’affluenza alle urne. Si vota (ancora) tanto, si vota tutti, negli eleganti condomini umbertini della collina e nei casermoni post-terremoto di Napoli Est e Nord.

Tutto è già cambiato nel 2013, alle politiche della “non vittoria” di Bersani, dopo un decennio abbondante che a Napoli ha visto susseguirsi un’interminabile emergenza rifiuti, la fine dell’amministrazione di centrosinistra e l’arrivo di Luigi de Magistris, una lunga crisi economica e del debito che ha stremato l’economia locale.

In questo arco temporale tra le due città si apre una faglia nella partecipazione al voto. Elezione dopo elezione, il divario esplode: nelle aree ricche della città l’affluenza tiene, nelle periferie crolla. Alle politiche del 2013, 14 punti percentuali separano San Giovanni a Teduccio e Chiaia, 15 Piscinola e Posillipo, addirittura 20 punti la differenza tra Scampia e il Vomero. La tendenza è la stessa, con intensità diverse per tutte le tornate elettorali: dalle Comunali alle Europee, passando per i Referendum.

Questo sgretolamento della partecipazione nelle periferie napoletane è avvenuto in un silenzio generalizzato. Tra media e opinione pubblica quasi nessuno ha veramente posto l’attenzione su un divario che si apriva minaccioso. Peggio ancora hanno reagito i partiti: mollando sezioni e circoli nelle periferie e appoggiandosi per la costruzione del consenso a rodati intermediari: notabili e capi-bastone.

In un contesto in cui i trasferimenti pubblici e la capacità di distribuzione clientelare delle risorse diminuivano, i partiti tradizionali si sono affidati a un motore senza carburante. Una macchina meno capillare del passato, che ha alimentato il grande riflusso delle periferie.

 

Politiche 2018: una nuova geografia elettorale

Le elezioni del 4 marzo scorso segnano la fine di questo lungo abbandono delle urne. Per la prima volta dal 2001 l’affluenza ritorna a crescere nelle periferie Est e Nord. Specularmente, invece, la partecipazione cala nella parte più ricca della città: tra Vomero, Chiaia e Posillipo l’affluenza segna sempre il segno meno rispetto al 2013. Termina così il lungo riflusso delle periferie dalle urne, ma l’onda di ritorno ha un impatto devastante. È cambiata completamente quella geografia elettorale della città che con poche modifiche era rimasta immutata dal dopoguerra.

In primo luogo il boom dei Cinque Stelle che superano il 50%. Molto è stato già scritto sul successo del Movimento nelle periferie. Per capire la portata dello spostamento avvenuto basta prendere il dato del collegio di Napoli Ponticelli alla Camera, che include gran parte della periferia Nord e tutta quella Est: qui i Cinque Stelle raggiungono il 62,1% dei voti. Si tratta del secondo miglior risultato a livello nazionale (su 231 collegi uninominali) dopo quello di Acerra-Pomigliano, dove i Cinque Stelle presentavano il proprio candidato premier.

Il Pd, al contrario, esce sconfitto e con un elettorato profondamente mutato rispetto al passato. I punti di forza che, con qualche difficoltà, resistevano nelle periferie, sono tutti caduti. In nessuna delle vecchie “roccaforti” (San Giovanni, Bagnoli, Barra, Ponticelli) supera il 20%. I risultati migliori per i democratici invece sono al Vomero, a Chiaia e a Posillipo: in questi ultimi due quartieri addirittura avanzando rispetto al 2013.

Ma la sconfitta del Pd nelle periferie napoletane interessa anche le forze alla sua sinistra, Liberi e Uguali e Potere al Popolo. Le due liste raccolgono insieme poco più di 25.000 voti, il 6% dei voti validi. E la distribuzione territoriale ricalca con qualche differenza (Bagnoli e Centro Storico) quella del Pd. Oltre piazza Garibaldi e la collina di Capodimonte le difficoltà di tali forze infatti sono simili a quelle dei democratici: nella Periferia Est e Nord sia LeU che PalP registrano sempre percentuali inferiori alla media cittadina. Un’offerta politica e un linguaggio più radicale a sinistra non hanno funzionato: le periferie più lontane dal centro, quelle con i livelli più bassi di occupazione, quelle dell’edilizia pubblica, hanno nella sostanza snobbato tutte le proposte politiche a disposizione, a eccezione del Movimento Cinque Stelle. A Napoli la peculiarità del voto delle periferie quindi non è recente, lo è invece il fatto che questi territori abbiano premiato dopo anni un soggetto politico, invertendo una lunga tendenza all’apatia e alla disaffezione elettorale.