Giugno ’78: il “repartino” occupato del Policlinico di Roma

di Alessandra Conte

 

Il 21 giugno 1978, un mese dopo l’approvazione della legge 194, le militanti femministe e le lavoratrici del Policlinico Umberto I di Roma, insieme con le donne che in sala d’attesa aspettano di interrompere la gravidanza, occupano un reparto della seconda clinica ostetrica, riservato in passato ai clienti di riguardo di due famosi baroni, Crainz e Carenza. Il reparto era inutilizzato da circa un anno. L’occupazione risponde all’urgenza di portare gli ospedali a praticare l’Ivg, l’interruzione volontaria di gravidanza. I gruppi di militanti che fino a quel momento l’avevano praticata clandestinamente, avevano correttamente sospeso gli interventi, volendo mettere a nudo la responsabilità delle istituzioni di fronte alla necessità di applicare immediatamente la legge. Il Policlinico è il primo ospedale romano che mette in pratica con l’autogestione ciò che la legge aveva previsto ma che nessun ospedale aveva ancora il coraggio di garantire.

La legge 194 era una legge-compromesso che le donne non accettavano facilmente. Una legge che rinnegava l’aborto come esperienza da vivere coscientemente e la trasformava in una trafila ambulatoriale, in un normale intervento chirurgico. Le donne avevano rivendicato con forza la libertà di scelta e l’annullamento del mercato clandestino degli aborti: la 194 rischiava di tradire entrambe le aspettative.

La battaglia del cosiddetto “repartino” apre la strada al controllo sui medici, garantendo alle donne un confronto continuo sul problema dell’aborto. Graziella Bastelli, infermiera, tra le protagoniste dell’occupazione, racconta: «La legge suscitò tante discussioni all’interno dei movimenti femministi, soprattutto perché perpetuava un controllo sulle donne, per esempio attraverso la settimana di attesa in cui si invitava a riflettere. Ma dopo l’iniziale sconcerto, fu chiaro ai più che la 194 c’era e andava applicata. Il repartino nasce con lo slogan “abortiamo per non abortire più”. […] La discussione sul metodo Karman – l’aspirazione –, molto meno traumatico per le donne e per l’utero rispetto al raschiamento, fu forte anche all’interno del collettivo misto del Policlinico e diede l’occasione per mobilitarsi all’interno della struttura pubblica, oltre che per fare piazza pulita di ‘cucchiaie e mammane’. Il metodo veniva praticato in Francia, dove andavano molte compagne ad apprenderlo e riprodurlo, per contrastare il florido mercato dei ‘cucchiai d’oro’, delle cliniche per le privilegiate e dei voli charter per Londra. I cucchiai d’oro praticavano il raschiamento, rischioso per le donne, mentre le compagne, clandestinamente, praticavano il Karman, rischiando a livello penale. Chi invece non poteva partire era costretta a pagare fior di quattrini in cliniche private, sperando nel chirurgo di turno. Il collettivo del Policlinico ne aveva individuati diversi che erano inadeguati alla pratica, e per questo li segnalavano con volantini o con il provocatorio “lancio delle 5 lire”. Molti di questi usavano le strumentazioni pubbliche a fini privati».

Come funzionava il repartino

La 194 si deve fare strada nell’Italia del 1978, un paese in cui ancora il passaggio per la donna a una vita più autonoma e ricca di responsabilità viene segnato dal matrimonio. Questa convinzione è radicata nella cultura degli operatori ospedalieri e ben spiegata in manuali medici universitari, come il famigerato Lenzi Caniggia, che all’epoca andava per la maggiore. Scrive Lidia Campagnano sul Manifesto del 9 luglio ’78, in un articolo dedicato alla letteratura ginecologica, che “questo disastro ideologico che caratterizza i medici ginecologi, salvo rare eccezioni, rende più chiari i motivi della loro incapacità a migliorare i parti, salvare madri e bambini, soccorrere i corpi delle donne, salvaguardarne la psiche. L’esempio più lampante rimane il loro comportamento in questi giorni, la loro vergognosa fuga dal problema dell’aborto, le torture psicologiche che stanno infliggendo alle donne che devono abortire”.

Il repartino comincia a funzionare il 21 giugno con le prestazioni di personale del Policlinico fuori orario di servizio e di quindici persone esterne organizzate in regolari turni di lavoro. Il repartino agisce una media di dodici interruzioni di gravidanza giornaliere (al termine dell’esperienza si conteranno 562 Ivg). Il metodo usato è quello dell’aspirazione, sconosciuto nella grande maggioranza degli ospedali. Grazie anche al sostegno dei collettivi femministi, il repartino degli aborti, nella sua fase autogestita, non costituisce solo un contesto medico ma un punto di riferimento per le donne che devono abortire o hanno abortito, attraverso assemblee quotidiane e incontri sulla prevenzione. La battaglia ha anche l’obiettivo di combattere uno dei principali strumenti di boicottaggio della 194: l’obiezione di coscienza. “La mia coscienza mi dice… che così guadagno poco”, scrive ironicamente Lotta continua il 7 giugno ‘78, sintetizzando efficacemente la contestazione.

Il funzionamento della struttura autogestita prevede un preciso iter finalizzato innanzitutto all’accoglienza. Ancora Graziella: «C’era un colloquio all’arrivo, bisognava capire da quanto tempo le donne fossero incinte, perché il Karman non si può fare prima dell’ottava settimana, altrimenti si rischia la perforazione, e non si può dopo la dodicesima-tredicesima settimana, perché diventa pesante e il coinvolgimento è maggiore. Il repartino era in funzione 24 ore su 24, ma una presenza così continua richiedeva un aiuto. Quindi cominciarono ad arrivare donne dai vari quartieri, San Basilio, Val Melaina, San Lorenzo. Una volta che una donna aveva abortito, esaurito il momento specificatamente medico organizzavamo un’assemblea, si parlava di come era andato l’intervento, cosa significava rispetto ai rapporti successivi e ci concentravamo sui metodi anticoncezionali».

Consultando la scheda che le donne distribuivano all’accoglienza possiamo leggere come si presentavano le organizzatrici: “Questo Reparto funziona solo per l’impegno costante di compagni lavoratori del Policlinico e dei gruppi femministi. La legge recentemente approvata non garantisce né la libertà di ottenere l’aborto perché discrimina le minorenni che devono avere l’autorizzazione dei genitori o il giudice tutelare, perché costringe la donna ad aspettare sette giorni dopo che si è presentata dal medico per il certificato di gravidanza, né la gratuità e l’assistenza, perché la maggior parte degli ospedali pubblici praticano l’interruzione di gravidanza in un numero di casi troppo inferiore. Lo scopo di questo questionario è di avere informazioni che servano a estendere questa esperienza di lotta, a migliorare questo servizio, a costringere gli altri ospedali a fare gli aborti in numero corrispondente alle richieste delle donne e con la necessaria assistenza dal punto di vista medico e psicologico”. Oltre alla presentazione, alle donne veniva anche distribuito un questionario da compilare, sui tempi della gravidanza, sulla necessità dell’intervento, nonché sull’uso di anticoncezionali o su eventuali medici da denunciare.

Il repartino è un’esperienza che non nasce dal nulla. Il collettivo lavoratori e studenti del Policlinico dal ’73 in poi aveva cominciato una lotta per una nuova concezione dell’assistenza sociale, per la regionalizzazione del servizio, per rivendicare maggiori diritti ai lavoratori e nuove assunzioni, con lo scopo di migliorare un servizio pubblico che si presentava estremamente classista e inefficiente. Racconta ancora Graziella Bastelli: «Dal Policlinico partivamo in marcia fino al ministero della pubblica istruzione o al carcere di Regina Coeli. Facevamo cortei interni con i bambini per rivendicare l’asilo nido in ospedale, poi inaugurato ma costato un processo a quarantacinque lavoratrici. Il processo si tenne nelle aule bunker del Foro italico e riuscimmo a imporre la pausa al dibattimento per far fare la merenda ai bambini. L’esperienza del ’74 per l’asilo nido fu un grande coagulante di massa: il novanta per cento dei lavoratori erano donne e l’asilo era una necessità fondamentale».

L’occupazione del repartino apre una sorta di terza via nel rapporto con le istituzioni: senza farsi coinvolgere in una logica di cogestione, obbliga però l’istituzione a muoversi in una certa direzione. Ricorda Graziella che «dopo un mese il repartino autogestito venne dotato di un infermiere e di un portantino, personale “ufficiale” concesso dalla struttura sanitaria per permettere ai volontari di continuare a tenere in piedi il repartino, seppur occupato».

Diffidenza e resistenze

Il fatto che il repartino fosse gestito non solo da femministe, ma da un collettivo misto che era espressione dell’Autonomia, determinò non poche fratture. Il Pci e l’Unione donne italiane (Udi) dipinsero l’esperienza come “la solita provocazione degli estremisti del Policlinico”. Graziella spiega: «Noi del Policlinico eravamo dei “praticoni”. Avevamo bisogno di concretizzare e infatti venivamo criticati dal resto del movimento come poco teorizzatori». Paola Corbanesi, infermiera presente nell’occupazione: «I temi oggetto delle lotte al Policlinico erano la sperimentazione, il rispetto per il malato, il concetto di paziente… Per esempio, nel contesto universitario prima di noi la donna veniva ripresa con le telecamere durante gli interventi senza essere neanche avvertita». Daniele Pifano, lavoratore del Policlinico: «Noi uomini collaboravamo indirettamente, nel senso che andavamo a prendere tutto ciò che serviva, parlavamo con chi si rivolgeva al repartino, spiegavamo che facevamo quel servizio affinché ognuna non abortisse più».

Anche una parte del movimento guardava con diffidenza a questa lotta, come racconta un articolo di Lotta continua del 1 luglio ’78: “È incredibile come certi stereotipi e pregiudizi si radichino anche dentro di noi. Ma perché le compagne non vengono qui a vedere almeno? Noi di San Lorenzo in fondo siamo state sempre fra le più attaccate, anche dalle compagne dell’autonomia: ricordi all’ultima manifestazione per l’aborto, e la questione dello striscione? Eppure qui lavoriamo insieme: il confronto avviene nella pratica, senza ideologie, all’interno di rapporti più personalizzati”.

Negli stessi giorni Lotta continua pubblica una lettera aperta all’Unità dove viene criticato l’ostracismo verso il Policlinico: “Dopo molte facili etichette e semplificazioni uscite sulla stampa, la realtà di una lotta condotta da donne dentro il Policlinico per l’attuazione della legge sull’aborto, è emersa finalmente dalla cronaca per essere immediatamente ricacciata fra gli episodi di criminalità. C’è qualcos’altro che si vuole criminalizzare a tutti i costi: la nostra volontà di controllare l’operato dell’istituzione sanitaria, di non delegare ad altri una ipotetica difesa dei nostri diritti”.

Il Pci sarà costretto a riconoscere timidamente il lavoro delle donne. Il 10 agosto l’Udi invita a continuare la mobilitazione e a garantire la presenza nei consultori, oltre che negli ospedali, per offrire solidarietà alle donne che si presentano per l’Ivg e per indurre i direttori sanitari ad applicare la legge. Ma l’Unità continua a insinuare dubbi puntando il dito su una presunta ambiguità delle militanti, che neanche troppo velatamente vengono accusate di aspirare solo all’assunzione. Lo stesso giornale, in un articolo del 26 settembre intitolato “Aborto: speculazione, buona fede, arroganza”, accusa il collettivo di aver bloccato le accettazioni. In realtà, la decisione di bloccare temporaneamente le accettazioni era stata presa perché alcune lavoratrici e militanti, volontarie da tre mesi, non reggevano i ritmi di lavoro e rischiavano quindi di trascurare la preparazione psicologica all’intervento, l’informazione contraccettiva e in generale il rapporto umano con le donne.

Racconta ancora Graziella Bastelli: «Molte delle donne che avevano subito l’intervento spesso tornavano per darci una mano e fare le volontarie con noi nel repartino, magari facendo più caciara che altro, perché nonostante tutto c’era anche un clima di grande allegria. Molte donne del collettivo facevano i loro turni nei reparti e poi, finito il turno, andavano al repartino. In tre mesi di occupazione è capitato di vedere che si ripresentassero donne che avevano già abortito. Con questi casi si rimetteva in discussione tutto, si pensava che le assemblee fossero poco efficaci e che bisognava rafforzare la controinformazione. Era un’esperienza che si aggiornava e modificava giorno per giorno. E stravolgeva gli equilibri interni nella clinica ostetrica: i volontari e le volontarie entravano ovunque, anche nelle sale parto, dove c’erano, e ci sono, condizioni pazzesche, con donne in barella anche dopo il cesareo. C’erano ostetriche anziane che dialogavano con le pazienti in modo aggressivo e cattivo: “Hai voluto la bici e mo pedali”, “t’è piaciuto e mo piagni”. In questo contesto, il repartino diventava una spina nel fianco. Le donne aumentavano di giorno in giorno. L’amministrazione dovette concedere un fondo per disinfettanti vari e beni di prima necessità. Alcuni medici si affiancarono e cominciarono a dare un contributo, ma alcuni, lo capiremo dopo, facevano una specie di doppio gioco. Quando la polizia sgombera il repartino cacciando gli occupanti, l’attività continua: loro hanno ottenuto lavoro e contratti e continuano a operare con la polizia alle porte per tenere fuori chi, all’indomani della 194, ne aveva reso possibile l’applicazione in Italia. Ci sono stati medici che hanno usato il repartino per fare carriera, mentre altri, come Simonetta Tosi, femminista e medico, lo hanno vissuto dando centralità alla prevenzione, all’informazione e all’autodeterminazione».

I giorni contati

Il collettivo di ostetricia del Policlinico conosceva l’esistenza di reparti inutilizzati ma attrezzati. Il repartino avrebbe dovuto ospitare le famigerate camere a pagamento, ufficialmente denominate “assistenza differenziata e alberghiera”. Prima della riforma sanitaria del ’78, anche i baroni avevano i loro studi privati e usavano posti-letto e macchinari del Policlinico per i loro clienti che necessitavano di un ricovero e pagavano lautamente. In questo contesto, lotte come quella del repartino erano avvertite come un’invasione.

L’intreccio tra interessi privati e violazione dei diritti dei pazienti, nel caso dell’aborto era particolarmente evidente. L’intervento clandestino, oltre a essere costoso, spesso era agito di nascosto e in contesti non sempre sicuri, giocando tra l’altro su sensi di colpa e ricatti. Ma soprattutto, secondo le occupanti, trascurava un elemento fondamentale, invece prioritario nella legge 194: la prevenzione all’aborto. L’obiettivo del repartino era, infatti, “attraverso l’aborto annullare l’uso all’aborto”. L’aborto era visto come una rinuncia e spesso come una scelta necessaria, mentre nella vulgata ufficiale prevaleva la narrazione dell’aborto come assassinio, legata al pregiudizio culturale della donna frivola e superficiale.

Il tema del lavoro in autogestione apriva interrogativi e dibattiti tra le persone coinvolte, come ricorda una militante del consultorio autogestito di San Lorenzo: «L’autogestione aveva dei limiti rispetto alla capacità organizzativa dei collettivi coinvolti, ma soprattutto non si presentava come un modello sostenibile nel lungo periodo, andava valutata nel tempo circoscritto della sua durata. Cosa significa lavorare in un’istituzione cercando di politicizzare il proprio ruolo professionale, e cosa comporta invece il lavoro gratuito autogestito? Inoltre, come si possono saldare queste lotte con quelle di chi transita nelle istituzioni come utente?».

Era chiaro che, per come il repartino si era impiantato nel Policlinico, non sarebbe sopravvissuto a lungo. Il giornale vicino al collettivo, Cetriolo contro, scriveva: “Per tre mesi, nonostante le interruzioni della polizia, si riesce a imporre questa unica esperienza allargando il discorso e il controllo alle sale parto e ai reparti di tutta la clinica dove le donne erano e sono trattate come bestie. Inutile dire che tutti i baroni, l’allora assessore alla sanità Ranalli, il rettore Ruberti, e specialmente il Pci gridano allo scandalo che in un ospedale si accetti ufficialmente questa occupazione, […] anche se devono sopportare ‘l’efficienza’ di questa situazione di lotta che oltre al numero di aborti riscontra un enorme appoggio da parte delle donne che finalmente decidono sulla propria pelle e contano come soggetti”.

Il repartino occupato convive malamente con la presenza della polizia nell’ospedale. I militanti accedono dai sotterranei, ma le donne con un aspetto da femminista vengono fermate agli ingressi. Inoltre viene spesso staccata la corrente, ma grazie alla collaborazione dei lavoratori le attività riprendono sempre. Inizialmente le donne riescono a fare tutto al repartino, dalle ecografie ai prelievi, ma i responsabili della clinica di ostetricia cominciano a spezzare questo sistema, rendendo più pesante e lungo il percorso alle donne. Le irruzioni della polizia sono violente. Sette persone a luglio vengono fermate per “abuso di qualifica”, le ricoverate vengono di fatto sequestrate e il reparto chiuso e sigillato, ma poi rapidamente riaperto.

Il 25 settembre ’78 la polizia effettua lo sgombero di tre stanze, quelle per l’accettazione, per la visita pre e post-parto e per l’informazione sulla contraccezione. La polizia presidia il corridoio impedendo che si possano effettuare interventi. Il giorno dopo viene sgomberato l’intero reparto, buttando fuori le donne ricoverate e gli accompagnatori. Le donne a cui era stato fissato l’intervento saranno costrette a peregrinazioni estenuanti tra gli ospedali e molte ripiegheranno su cliniche private.

Dopo tre mesi di occupazione femminista, il reparto del Policlinico tornava alla “normalità” con un’operazione di polizia che riaffermava il potere tecnico dei medici sul personale paramedico e sui pazienti. L’autodeterminazione veniva riconosciuta come possibilità semplicemente individuale ma negata di fatto, in ogni passo della legge, da un’impalcatura di passaggi burocratici. La trafila per avere il certificato che permetteva di abortire serviva, da sola, a mettere in chiaro alcune norme scritte e non scritte, che regolavano il rapporto dell’utente – soprattutto donna – con le istituzioni. Così al peso delle umilianti trafile iniziali si aggiungeva il rischio fisico.

«Le nostre figlie continuano ad abortire. Non siamo stati capaci di traferire la nostra esperienza nei consultori», sintetizza Paola Corbanesi. Ad abortire ancora oggi sono più le donne con un titolo di studio basso e le donne con più figli. Per le ragazze sotto i venti anni il ricorso all’interruzione di gravidanza è in lieve aumento, si continua a non investire sulla prevenzione, sull’informazione, sull’uso degli anticoncezionali. La richiesta dell’aborto libero, gratuito e assistito, attuabile anche in strutture controllate dalle donne, è solo un punto di partenza.